Il Judo sta Morendo!

Oggi ci ha lasciato il Maestro Takero Kurihara e non posso fare a meno di sentire un peso profondo. Non era il mio Maestro, ma ha visitato il nostro dojo qualche volta, lasciando un’impronta che ancora oggi vivo come una lezione indelebile.

Ricordo perfettamente la bellezza dei suoi movimenti, la precisione delle tecniche che ci mostrava, la gentilezza, ma anche la fermezza tipica dei grandi maestri giapponesi. Una delle scene che porto con me avvenne davanti a tutti i miei allievi: gli chiesi di farci vedere il Morote Seoi Nage, e lui mi riprese, con severità: “NO ESISTE MOROTE SEOI NAGE, SOLO SEOI NAGE!”. Rimasi a bocca aperta. Mi girai verso i miei ragazzi, chiesi scusa per la mia ignoranza su una sfumatura così importante e ringraziai il Maestro per quella lezione. Non ne feci un dramma, e nemmeno persi la stima e il rispetto dei miei allievi: anzi, il coraggio di ammettere un errore davanti a loro mi rese migliore, come insegnante e come uomo.

Questo episodio è sintomo di un tempo che sembra svanire: un periodo in cui i grandi maestri non solo insegnavano la tecnica, ma soprattutto la via del judo, la crescita personale, la capacità di riflettere, di essere umili. Oggi, mentre i pilastri del nostro tatami ci lasciano uno dopo l’altro, mi chiedo cosa stia diventando il nostro judo.

Assistiamo sempre di più a una rincorsa sterile alle cinture nere, spesso svuotate di valore e di merito, ottenuto troppo presto, talvolta senza il giusto percorso né la dovuta fatica. Il colore che dovrebbe rappresentare esperienza, sacrificio e maturità è oggi a disposizione di chi cerca solo un riconoscimento esteriore, dimenticando che la cintura nera è un punto di partenza e non di arrivo, il simbolo di una responsabilità morale e non di un traguardo sportivo.

Il Maestro Kurihara, da giovane, in una vecchia intervista disse:
“Il judo è la mia vita! E anche la mia droga.”
Questa frase, intensa e senza filtri, contiene tutta la sua passione assoluta e il legame profondo con il tatami, con i valori e con la Via del Judo. Era una persona che viveva il judo non come semplice tecnica, ma come scelta di vita, come energia vitale, come bisogno e vocazione.

La sua umanità, la sua severità e il suo profondo rispetto per la tradizione sono i valori che abbiamo il dovere di custodire e trasmettere.

Il judo sta morendo se non saremo capaci di opporci a questa deriva, dove il risultato conta più della crescita personale, dove le cinture nere si collezionano e si dimentica il loro vero significato, dove ogni tecnica studiata perde la sua anima per diventare solo esecuzione.

Ai nuovi praticanti, agli istruttori, agli allievi: non lasciate che il judo diventi solo una scorciatoia verso una cintura scura. Cercate dentro ogni gesto, in ogni correzione e in ogni errore ammesso, la vera essenza della nostra disciplina. Onoriamo chi ha vissuto il judo come “via” e non come “vetrina”.

Solo così il judo potrà continuare a vivere, e non solo a sopravvivere.

Gabriele Calafati

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